Racconto di Federica 09 Mar

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Racconto di Federica

Era piacevole parlare e incontrarci, lo invitavo spesso per prendere un caffè al bar, ovviamente fuori dalla sede, ma ogni volta veniva con quella specie di tuta arancione fluorescente! Esattamente lo stesso colore che assumeva il mio viso quando lo vedevo: mi vergognavo per lui. "Ma non aveva nulla di più sobrio da indossare?" mi domandavo. A volte pensavo addirittura che nemmeno in nome della nostra amicizia sarei riuscita a tollerare di farmi vedere in giro con "l’omino che brilla di luce propria".

A., invece, non sembrava affatto disturbato dal suo abbigliamento, anzi, pareva proprio che ne andasse fiero.

Fiero? Di una scomoda divisa dal colore orribile?

Mi domandavo cosa potesse rappresentare per lui e per tutti quelli come lui, cosa spinge un gruppo di persone a vestire nello stesso modo. E in un modo così eccentrico! Ma non trovavo risposta. Non potevano semplicemente mettere una spilletta o un cappellino come si faceva nelle gite scolastiche?

Gli anni passarono, gli incontri con A. divennero sempre più radi. Nel 2008 iniziai il servizio civile presso una nota associazione che si occupa di persone affette da una malattia cronico - degenerativa. Ero diventata una "volontaria"!

Cioè facevo qualcosa per qualcuno, nei tempi e negli orari concordati, e qualcun altro mi pagava. Bello. Un modo per mettere d’accordo coscienza e portafogli. Anche lì provarono a farci mettere delle orribili pettorine rosse con la scritta bianca, per essere tutti uguali e facilmente riconoscibili.

Eh no!

Eccheppalle sta mania di omologazione!

Fortunatamente riuscii ad evitare di indossarle. Poi qualcosa in me iniziò a cambiare. Bastò conoscere i primi utenti dell’associazione, passare le prime ore insieme, scambiarci i primi sguardi per sentire quella voglia di andare oltre: oltre il rapporto di lavoro; oltre i tempi e gli orari concordati; oltre l’idea del "fare perché ricevi". Sentivo una forza motrice che partiva dritta dalla pancia per arrivare ad ogni parte del mio corpo: dalle più interne alle più estreme.

Il sorriso di Peppe, la testardaggine di Pia, l’umorismo del Dottore, gli strani rituali della signora Angela, le emozioni che tutti gli assistiti riuscivano a trasmettermi mi hanno fatta sentire più viva!

Nel 2009 terminò il mio contratto di lavoro, sapevo che al posto mio sarebbero arrivati nuovi ragazzi. Il mio servizio civile era finito, ma non la voglia di mettermi al servizio. Il 2009 fu anche l’anno dell’alluvione nel messinese. I miei nonni vivono in zona e molti dei miei amici vivevano a Scaletta Zanclea. Quel 2 Ottobbre la pioggia non smosse solo la terra, ma fece muovere tanto anche dentro di me. Guardavo le foto e i video che un mio amico mi mandava tramite internet. La spiaggia che ci ha ospitati per ore mentre stavamo stesi al sole; la stazione che mi consentiva di tornare a casa, ad Alì Terme, ogni sera; il convento dove giocavamo a pallavolo; il chioschetto che faceva quella fantastica granita al limone con sciroppo di fragola; il G. Market dove facevamo la spesa tutti insieme…era tutto così diverso, così fantasma.

Poi, nelle foto, in mezzo al fango, un colore a me noto: arancione fluorescente. Pensai subito al mio amico A. , alla mia voglia di servire, a cosa avrei potuto fare. Lo chiamai e seppi che lui si trovava proprio lì! Sentii dentro di me una sana invidia. Ovviamente non sarei potuta partire subito come avrei voluto. Non avevo le conoscenze e le competenze giuste e non avevo nemmeno la tuta arancione. Però capii cos’erano quei sentimenti e quelle sensazioni che si facevano sempre più spazio dentro di me.

Volevo diventare una vera volontaria, senza avere nulla in cambio né soldi, né scuse per non fare il militare. Niente. E io che fino a quel momento credevo che il volontariato fosse un baratto o peggio un’azione di compra-vendita? Forse mi sbagliavo. Terminata l’emergenza nel messinese mi iscrissi all’Ente corpo volontari protezione civile di Enna e subito dopo conobbi anche l’Anpas. Poi, a ruota, il sanitario, il telesoccorso, le cene sociali fra colleghi, il corso comunicatori, il giornale, Radio Anpas Sicilia, il meeting, la straordinaria esperienza a Mirandola.

Ho anche una divisa tutta mia, la indosso e mi piace pure! Chi mi ferma più?

E’ così strano guardarmi indietro e ripensare a tutte le strane (e sbagliate) credenze che avevo. Solo su una cosa non mi sbagliavo: il volontariato ti ripaga e anche tanto! Ma non in termini economici. Ti da quello che non si può comprare: i sorrisi, l’affetto di una squadra che poi è anche la tua famiglia, la crescita continua, la gioia del condividere, il conforto che solo quelle pareti in "via Sardegna, 36" sanno darti.

Mi rendo conto che ho fatto bene a non porre mai quella domanda che così spesso avrei voluto fare al mio amico A. : "Ma tu, perchè sei un volontario?" perchè adesso capisco che il volontariato (quello vero) non è qualcosa che si può raccontare, che si può scrivere o descrivere.

Il volontariato è qualcosa che ti prende, che senti nella pancia e che cambia la tua vita, come l’amore. Se si vuole capire realmente cosa sia, non c’è altro modo che sperimentarlo!

di Federica Lombardo.

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